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La vertigine dei tassi: perché inflazione e debito fanno più paura dell'AI
07 agosto 2026#WeeklyWatch

La vertigine dei tassi: perché inflazione e debito fanno più paura dell'AI

I rendimenti dei titoli di Stato delle principali economie mondiali sono tornati sui livelli massimi registrati nel 2023 e il costo del denaro rischia di rimanere elevato più a lungo del previsto. Il tutto alla vigilia di nuove elezioni in molti Paesi europei

La vertigine dei tassi è tornata. E questa volta potrebbe fare più paura dell'intelligenza artificiale. Mentre il dibattito pubblico e finanziario continua a concentrarsi sulle opportunità e sui rischi della rivoluzione tecnologica, i mercati stanno tornando a guardare con crescente preoccupazione a variabili ben più tradizionali: inflazione, debito pubblico e geopolitica. Le tensioni commerciali degli ultimi anni, seguite dall'instabilità in Medio Oriente, hanno riacceso il timore di una nuova spirale inflazionistica proprio quando investitori e governi speravano di lasciarsi alle spalle il ciclo dei rialzi monetari.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i rendimenti dei titoli di Stato delle principali economie mondiali sono tornati sui livelli massimi registrati nel 2023 e il costo del denaro rischia di rimanere elevato più a lungo del previsto. Una prospettiva che mette sotto pressione le finanze pubbliche, costringe le banche centrali a scelte difficili e apre interrogativi sempre più urgenti per gli investitori. Come osserva Giulio Siniscalco, portfolio manager dell'Investment Center di Banca Generali, il ritorno di tassi elevati non rappresenta solo un fenomeno congiunturale, ma il possibile ingresso in una nuova fase strutturale dei mercati finanziari.

Nel corso degli ultimi anni i rendimenti obbligazionari governativi si sono spinti nuovamente sui massimi registrati nel 2023, quando le banche centrali erano nel pieno del ciclo monetario restrittivo. Dall’insediamento dell’amministrazione Trump alla Casa Bianca a inizio 2025 abbiamo attraversato due principali crisi (guerra commerciale nel 2025, guerra in Medioriente nel 2026) che hanno fatto riaccendere i timori di un nuovo vortice inflazionistico”, racconta l’esperto.

Il nuovo livello strutturale dei rendimenti sovrani disegna un quadro in cui il Treasury USA a 10 anni rende il 4,6%, il Gilt britannico il 4,9%, il Bund tedesco il 3,1% e il JGB giapponese il 2,8%, quest'ultimo un livello impensabile fino a pochi anni fa, quando la Bank of Japan difendeva lo zero con il controllo della curva”.

Siniscalco nota quindi che a spingere in alto i rendimenti sono le aspettative del mercato di una nuova fase restrittiva da parte delle banche centrali, già in parte iniziata, e che con ogni probabilità entrerà nel vivo nella seconda parte del 2026 e a inizio 2027.

Va ricordato che nel corso delle ultime settimane si sono riunite le banche centrali, con la Bce che ha mantenuto i tassi invariati al 2,25% nella riunione di luglio, ma il dibattito interno sulla necessità di nuovi interventi restrittivi interno rimane aperto: gli analisti si aspettano almeno un nuovo rialzo da 25bps entro la fine dell’anno. Tassi invariati anche per la Bank of Japan, con il Governatore Ueda che ha assunto un tono restrittivo segnalando rischi al rialzo sull'inflazione e tenendo aperta la porta a un rialzo già a settembre. Anche la Fed ha mantenuto i tassi invariati nella riunione di luglio, con 3 membri votanti favorevoli a un rialzo. A soffrire sono soprattutto i tassi sulla parte lunga della curva americana, con il trentennale americano che supera la soglia del 5,2%.  Il mercato si sta interrogando sull’effettiva volontà della FED di riportare l’inflazione sotto controllo attraverso una politica monetaria più restrittiva.

I governi che hanno emesso massicciamente a tassi zero tra il 2020 e il 2022 si trovano ora ad affrontare un rollover risk significativo: man mano che quella carta scade, deve essere rifinanziata ai tassi di mercato attuali, con un impatto diretto e crescente sulla spesa per interessi, con un debito USA stimato sopra al 100% del PIL nel 2026. La domanda concreta diventa quindi “chi compra tutto questo debito?” La Fed non è più un acquirente netto, alla luce del QT ancora in corso e di un nuovo presidente ben favorevole alla riduzione del bilancio, mentre le banche centrali straniere hanno ridotto le riserve in dollari”, prosegue il gestore.

Percentuale di Treasury USA detenuti dai privati

Il conflitto in Medioriente, con il fronte iraniano che continua a generare incertezza sull'offerta energetica, complica la funzione di reazione delle banche centrali. Un'inflazione guidata da shock di offerta non si combatte facilmente con la politica monetaria senza sacrificare la crescita, facendo tornare di moda la questione stagflazione, con tassi alti per domare i prezzi ma a rischio di deprimere l'attività economica e peggiorare i conti pubblici. In termini di posizionamento, questo scenario favorisce una gestione attiva della duration e un'esposizione selettiva agli inflation linkers.

Il 2027 sarà inoltre caratterizzato da nuove elezioni in molti paesi europei, con i governi che sono tentati da politiche fiscali espansive per guadagnare consenso. In un contesto di debito già elevato e tassi alti, questa dinamica è potenzialmente destabilizzante per i mercati del debito sovrano”, osserva ancora l’esperto. “E lo spread BTP-Bund è il termometro più immediato di questa tensione per l'Italia: ogni segnale di deriva fiscale si traduce in un allargamento dello spread, che a sua volta aumenta il costo di rifinanziamento. Monitorare la traiettoria del deficit strutturale e le proiezioni del debito/PIL è, in questo contesto, tanto importante quanto seguire i dati di inflazione”.

Il caso OAT è ad oggi l'esempio più pratico in Europa di come il rischio politico si trasmetta direttamente alla curva dei rendimenti. Lo spread OAT-Bund a 10 anni si muove oggi intorno agli 80 bps, dopo aver toccato un picco di 85 bps a luglio, quasi 30 bps sopra il minimo di febbraio. Il catalizzatore è stato la riabilitazione giudiziaria di Marine Le Pen, che le consente di candidarsi alle presidenziali del prossimo anno: il mercato ha reagito immediatamente, con gli investitori istituzionali che hanno dichiarato apertamente di aver ridotto l'esposizione agli OAT. “Il problema però non è solo elettorale: il governo francese aveva previsto un deficit al 5% del PIL nel 2026, ma lo stesso Ministro delle Finanze lo ha definito un obiettivo ‘difficile da raggiungere’”

Se per oltre un decennio investitori e governi hanno beneficiato di un contesto caratterizzato da denaro abbondante e costo del debito contenuto, il nuovo scenario impone regole diverse. L'era dei tassi vicini allo zero sembra ormai archiviata e lascia il posto a un equilibrio più instabile, in cui inflazione, sostenibilità fiscale e tensioni geopolitiche tornano ad assumere un ruolo centrale nelle valutazioni dei mercati. E la vera sfida dei prossimi anni potrebbe non essere tanto prevedere il prossimo salto dell'intelligenza artificiale, quanto capire quanto a lungo il mondo riuscirà a convivere con debiti elevati e tassi strutturalmente più alti. E, soprattutto, chi sarà disposto a finanziarli.

Giulio Siniscalco, portfolio manager dell'Investment Center di Banca Generali Giulio Siniscalco, portfolio manager dell'Investment Center di Banca Generali
Nel corso degli ultimi anni i rendimenti obbligazionari governativi si sono spinti nuovamente sui massimi registrati nel 2023, quando le banche centrali erano nel pieno del ciclo monetario restrittivo. Dall’insediamento dell’amministrazione Trump alla Casa Bianca a inizio 2025 abbiamo attraversato due principali crisi (guerra commerciale nel 2025, guerra in Medioriente nel 2026) che hanno fatto riaccendere i timori di un nuovo vortice inflazionistico.

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