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BG Art Gallery

Uno spazio dedicato all’arte contemporanea

Banca Generali si adopera da tempo per sostenere la cultura nelle sue varie forme espressive, in particolare negli ultimi anni, con il progetto BG ArTalent, ha intrapreso un percorso per valorizzare la creatività nelle sue espressioni più innovative e per portare nuova luce sul talento italiano.

L’intento è quello di stimolare un senso di apertura al confronto, alla diversità dei generi, delle tendenze, dei materiali, delle forme e dei contenuti; un insieme che diviene testimonianza del tempo e delle differenti espressioni della cultura artistica contemporanea.

Convinti che l’arte possa contribuire a migliorare la qualità della vita diffondendo sensazioni, bellezza, dubbi, innovazione, riflessioni, spazi per lo sguardo.

Da queste premesse nasce BG ArtGallery.

Cos'è la BG Art Gallery?

La nuova BG ArtGallery si propone come luogo creativo per stimolare un senso di apertura al confronto, alla diversità dei generi, delle tendenze, dei materiali, delle forme e dei contenuti. Le opere esposte mirano a unirsi in un insieme che diviene testimonianza del tempo e delle differenti espressioni della cultura artistica contemporanea.

Alla base del nostro progetto c’è la profonda convinzione che l’arte possa contribuire a migliorare la qualità della vita.

La collezione

La collezione di BG Art Gallery si contraddistingue al momento per la presenza di 12 opere rappresentanti il meglio dell’arte contemporanea italiana.

Nel percorso espositivo si mescolano e dialogano tra loro le opere dei 5 artisti selezionati da Vincenzo De Bellis (direttore associato del Walker Art Center di Minneapolis, Usa) nell’ambito del progetto BG ArTalent e poi quelle di altri 5 esponenti di spicco dell'arte contemporanea.

L'artista

  • Nato a Torre Santa Susanna, Brindisi, nel 1978.
  • Vive e lavora a Cassano delle Murge (Bari).

Nel panorama artistico italiano e internazionale, Arena rappresenta una voce a doppio registro: da una parte il tentativo di dare continuità al ricordo di episodi della storia sia essa collettiva o personale (o spesso un misto delle due), dall’altra il recupero di elementi formali che fanno parte di una dimensione storica dell’arte, soprattutto del secondo Novecento. Sia pur investigando diversi mezzi espressivi, Arena è fondamentalmente uno scultore. Egli affronta questo mezzo in diverse modalità ed esplorando una moltitudine di materiali, da quelli più tipici - bronzo, marmo, legno - a quelli più inconsueti - sale, cenere, zucchero ecc.-. Le opere di Arena spiccano per l’elegante equilibrio tra la storia collettiva e la sua traduzione all’interno di una dimensione personale. I riferimenti alla propria biografia costituiscono spesso l’impalcatura sulla quale fonda la propria ricerca artistica.

L'opera

L’opera qui presentata è composta da una lastra di bronzo giallo lucidato a specchio di forma quadrata. Sulla diagonale della superficie l’artista ha inciso la prima delle sette asserzioni al centro del Tractatus Logico-Philosophicus di Ludwig Wittgenstein: The World Is Everything That Is The Case. Sulla placca di bronzo è poggiata una coppia di frutti, mute presenze che con il tempo devono essere sostituite. Essendo la superficie lucidata a specchio chi si avvicina all’opera ne entra a fare parte specchiandosi. La scultura pertanto è un collage di rapporti legati da tempi diversi, quello eterno del bronzo e della scrittura incisa, quello immobile ma a scadenza della lastra con i frutti e quello transitorio con chi si riflette dentro passandoci.

L'artista

  • Nata ad Agrigento nel 1972.
  • Vive e lavora a Berlino.

Rosa Barba ha fatto del film il suo mezzo espressivo privilegiato. L’artista da anni porta avanti un lavoro di ricerca e sperimentazione che attraversa il linguaggio cinematografico e scultoreo, scardinando il concetto di tempo lineare e riflettendo sulle qualità poetiche del paesaggio naturale e umano, sui luoghi come archivio della memoria.

L'opera

Immagini suggestive, ritratti di architetture obsolete e paesaggi naturali, riprese di deserti remoti ricorrono costantemente nel suo lavoro, uniti a frammenti di testi e a scenari in cui passato e presente si intrecciano. L’opera qui esposta Language Infinity Sphere – recording -, 2018 è frutto di un atto performativo realizzato con una sfera d’acciaio completamente ricoperta di caratteri tipografici in piombo ricevuti in eredità da una tipografia italiana che ha chiuso dopo 40 anni di attività. Con un movimento unico e ripetitivo l’artista muove sulla tela quella sfera creando un testo frammentato che si fissa sulla tela stessa. Il lavoro è una critica alla rarefazione del linguaggio contemporaneo.

L'artista

  • Nato ad Ancona nel 1966.
  • Vive e lavora a Londra.

Enrico David è uno degli artisti più originali e poliedrici del panorama italiano ed internazionale. Nel suo lavoro David impiega una varietà di mezzi - tra cui scultura, pittura, installazione e opere su carta - per sviluppare una visione dinamica e unica della forma umana. Spesso mutevoli, grottesche, a volte fragili e vulnerabili, le figure di David esprimono situazioni universali dell’esperienza umana, attraverso una formulazione profondamente personale che porta con sé memorie e storie dell’artista, così come allusioni letterarie. Tutto questo si innesta in un dizionario di riferimenti visivi che spazia dall’Art Deco alle arti applicate, alle opere di inizio secolo: Andrè Gide, Dora Maar, Koloman Moser, Oskar Schlemmer e Sonya Delaunay, solo per citarne alcuni.

L'opera

Il dipinto qui esposto (Untitled, 2018) rappresenta un esemplare iconico, riflette il processo circolare inerente alla sua arte, in cui la forma umana viene modellata, rimodellata e continuamente rinnovata. È un’immagine enigmatica, una rappresentazione di un corpo umano, in particolare di un volto, effimero che emerge quasi come una nuvola dall’etere. Immateriale e velata questa immagine sembra apparire dal nulla per successivamente ritornare nel nulla.

L'artista
  • Patrizio Di Massimo, nato nel 1983 a Jesi.
  • Vive e lavora a Londra, dove si è diplomato alla Slade School of Art. Ha esposto con mostre personali presso importanti gallerie e musei nazionali e internazionali.

Per Patrizio Di Massimo la pittura è l’origine di ogni espressione dell’arte contemporanea, “è tutto, anche quello che non è”. L’interesse per la storia della pittura e, nello specifico per la cultura figurativa italiana, è evidente sin dal principio della carriera di Massimo
e la storia è da sempre sua fonte d’ispirazione. Da qui i frequenti riferimenti formali all’iconografia classica e l’utilizzo di materiali e oggetti che rimandano a una modernità novecentesca. Giocando ambiguamente con l’idea canonica di mascolinità, le sue opere diventano parafrasi di una cosmologia personale, popolata di figure caricaturali, erotiche e grottesche, classiche e contemporanee.

L'opera 

Il dipinto Autoritratto (con Philip Guston) si aggiunge alla serie di ritratti di persone dormienti che l’artista ha iniziato nel 2021, dove molto spesso è soggetto delle sue stesse opere. Nel quadro qui esposto Di Massimo si concentra su se stesso, assopito tra lenzuola di colore verde in compagnia solo di un personaggio elettivo. Appoggiato sulle coperte c’è infatti il libro “I paint what I want to see” del pittore statunitense Philip Guston. “L’autoritratto si compie quando c’è un coinvolgimento personale. In fondo la mia pittura è un racconto su di me. Io stesso, solo nello studio, faccio da modello. Ogni dipinto è una seduta psicoanalitica, e quello che faccio è mettermi a nudo di fronte al pubblico”.

L'artista

  • Nata a Treviso nel 1973.
  • Vive e lavora a Torino.

Mai fedele a un unico mezzo espressivo, Lara Favaretto si muove tra vari linguaggi - soprattutto installazione e scultura, ma anche disegno, video, performance e pittura - utilizzando un approccio profondamente empirico, che accetta l’improvvisazione, l’inaspettato, l’errore. Il risultato sono opere nelle quali spesso non c’è una forma predefinita, ma dove questa è messa in discussione da processi distruttivi (umani o meccanici) attivati dall’artista, che partono da una riflessione sulla natura effimera delle cose e sui concetti di tempo 
perdita, entropia, traccia, memoria, trasformazione. Pervasi da un sentimento tragico, che si fa strada anche dove riferimenti e materiali appaiono più leggeri, i lavori della Favaretto mettono in discussione il feticcio dell’opera d’arte, la sua valenza estetica e la sua stessa essenza, attraverso il riconoscimento della futilità degli sforzi che la generano e la loro possibilità di fallimento.

L'opera

Dal 2010 Lara Favaretto ha aggiunto al suo lessico espressivo il cemento, realizzando una serie di iconografie marcatamente scultoree di cui fa parte Squeezing, 2014, qui esposta. Al fine di esplorare il potenziale espressivo e la duplice natura – solida e malleabile – di questo nuovo strumento, Lara lo perfora, gli imprime lo stampo di altri oggetti quando è ancora fresco. L’artista congela così la propria azione ed i propri stati d’animo: sulla superficie non più liscia dei blocchi, che induriscono gradualmente, affiora la transitorietà dell’esercizio artistico che resta impresso nella materia e nei titoli, che raccontano l’azione a cui sono stati assoggettati i blocchi.

L'artista

  • Nata a Stoccolma nel 1976.
  • Vive e lavora a Milano.

Nella sua pratica artistica Linda colleziona e raccoglie immagini fotografiche preesistenti. Esse diventano il punto di partenza delle sue opere, che sono il frutto di un lungo e meticoloso atto di creazione attraverso processi di rielaborazione e riattivazione che fanno assumere alle immagini nuovi significati.

Opere

Dècouragè dans la chambre en cherchant les images obscure mèmoire de la lumière d’argent, 2017, è legata alla figura di Hercule Florence (1804-79). Florence utilizzò per la prima volta il termine “Photographie”, usandolo come titolo di un suo manoscritto del 1833. 180 anni dopo la Nagler ha fotografato questo documento isolandone alcuni termini emblematici, li ha ingranditi e ridisegnati a grafite, copiando a mano minuziosamente anche la trama della carta
e le macchie d’inchiostro.

Seconds from Plunge, dalla serie Pour commander à l’air, 2014, fa parte di un nucleo di opere presentato a Roma in occasione del premio MAXXI 2014: composto da 15 fotografie e tre sculture. Le fotografie provengono dal vasto repertorio iconografico del giornalismo di cronaca novecentesco. Gli originali, raccolti negli anni dall’artista, sono stati ri-fotografati e ingranditi in camera oscura. Nelle fotografie ogni soggetto è in procinto di saltare o si trova sospeso in equilibrio precario, una riflessione sul tempo e su una condizione di assoluta incertezza: non rivela nulla di ciò che è accaduto prima nè di ciò che è avvenuto dopo il momento dello scatto. Da anni la Nagler raccoglie soggetti fotografici della cosiddetta “Scuola di Yokohama”, inauguratasi in epoca Meiji (1868-1912) in coincidenza con l’apertura delle frontiere e la modernizzazione del Giappone. Le fotografie, la cui colorazione a mano richiedeva almeno una giornata di lavoro, erano vendute a viaggiatori facoltosi e assecondavano l’idea di esotismo incontaminato che avevano del Giappone.

In Fuji from Kawaguchi, 2018 dalla serie Hana To Yama, Nagler ha ri-fotografato gli originali in suo possesso, li ha stampati in camera oscura e li ha colorati a mano, dopo un lungo processo di ricerca e messa a punto di materiali e pigmenti che oggi possono essere paragonati a quelli della Yokohama Shashin. L’opera esposta è composta da quattro fotografie del Monte Fuji, ritratto dello stesso privilegiato luogo. Il sofisticato quanto artificioso tentativo originario di restituire realismo grazie alla colorazione delle fotografie, nelle opere della Nagler si svela grazie a campiture uniformi di colore, piccoli prelievi o parti lasciate in bianco e nero, ispirate alle campionature del restauro, che svelano la scala di grigi della fotografia sottostante.

L'artista

  • Nata nel 1973 a Brindisi.
  • Vive e lavora a Parigi.

Un artista che esplora il rapporto tra scultura, immagine e spazio, e si è distinto per il suo approccio alla costruzione delle immagini: confrontandosi sia con la fotografia che con la scultura, senza mai stabilire una gerarchia tra i due mezzi espressivi, l’artista si è concentrato invece sull’integrazione dei diversi linguaggi.

L'Opera

Elementi di questa indagine emergono nella serie di bassorilievi, realizzati attraverso una meticolosa tecnica con vernice acrilica, resina, fibra di vetro. Recuperando una tecnica scultorea antichissima, che dalle antiche civiltà mesopotamiche al Medioevo e al Rinascimento europei coniuga scultura e pittura, Gabellone indaga la dialettica tra la bidimensionalità della prima e la tridimensionalità della seconda, tra figurazione e astrazione, tra rappresentazione e ornamento. Si tratta di opere molto rappresentative della pratica dell’artista perché racchiudono molti aspetti chiave del suo lavoro, come l’attitudine a lavorare al confine tra linguaggi diversi, la riflessione sul rapporto tra astrazione e figurazione, la dialettica tra volume, immagine e percezione. Le forme del bassorilievo e dell'altorilievo, tra l’altro, non sono nuove nella produzione dell’artista, che già le aveva adottate nell’ opera esposta alla 50° Esposizione Internazionale di Venezia nel 2003. Il titolo Falsa Finestra, si riferisce al rapporto interno-esterno che la finestra implica ma allo stesso tempo ne sottolinea la natura artificiale: non si può realmente "guardare attraverso" queste finestre, e al contrario della “finestra aperta sul mondo” della pittura rinascimentale, non hanno niente a che fare con la verosimiglianza. Al contrario, la figurazione sembra addirittura scomparire negli abissi del colore e quello che rimane è una certa idea di paesaggio, che si delinea attraverso una serie di elementi che sembrano affiorare e affondare nella densa struttura della materia. È solo avvicinandoci che “entriamo” in questi paesaggi, riuscendo a percepire una serie di elementi invisibili a distanza, e come in un paesaggio il colore dominante è formato da una innumerevole serie di altri elementi colorati, guardando da vicino le opere di Gabellone scopriamo che il colore d’insieme è la somma di una molteplice combinazione di punti cromatici. Anche le forme che si intravvedono sembrano generarsi attraverso un meccanismo simile, affiorano da una serie di cancellature e riformulazioni e sembrano implicitamente nasconderne altre. Gabellone trova nel bassorilievo il luogo in cui si fondono astrazione e figurazione, decorazione e narrazione, pittura, scultura, e architettura, e i suoi lavori si inseriscono così in un discorso più ampio sulla simulazione e sulla rappresentazione dello spazio nell’arte contemporanea.

L'artista
  • Nato a Cervia nel 1963.
  • Vive e lavora a Los Angeles. Ha esposto con mostre personali presso importanti istituzioni in Italia e all’estero.

Fondendo cultura pop e immaginario contemporaneo con riferimenti alla storia dell’arte e alla tradizione italiana, Alessandro Pessoli ha costruito in oltre trent’anni di carriera, un universo onirico abitato da personaggi eccentrici in cui stili e forme del passato sono rivisitati 
e reinterpretati in tipologie iconografiche metamorfiche e surreali. Nel suo lessico trovano spazio anche la fantascienza, il fumetto, il cinema, il teatro.

L'opera 

Nel dittico qui esposto The Justice, 2021 e Jung William Blake, 2021 l’artista è alla ricerca di un equilibrio fra disegno e pittura, leggerezza del segno che accenna velocemente le forme e la stratificazione densa di memorie tipica della pittura. I soggetti ritratti sono figure immaginarie maschili e femminili le cui pose classiche ricordano personaggi della Disney da una parte, e le illustrazioni della Divina Commedia di William Blake dall’altra. Le figure sono entrambe ritratte su uno sfondo volutamente bianco: non esiste ambientazione, ma una sola luce che rende ogni cosa leggibile.

I dipinti, contenuti all’interno di una cornice dagli angoli smussati che ne delimita lo spazio, - a metà tra una quinta teatrale e la sagoma di uno smartphone - riportano sotto le figure i rispettivi titoli: un riferimento alle carte dei tarocchi dove le immagini di uomini  e donne sono simboli che rappresentano le fasi altalenanti della vita, quegli alti e bassi che ne scandiscono il percorso e ci ricordano che tutto è in continuo cambiamento.

L'artista
  • Nato a Milano nel 1989.
  • Vive e lavora a New York. Ha esposto con mostre personali in Italia e all’estero.

Giangiacomo Rossetti lavora principalmente con la pittura come mezzo espressivo e porta avanti una ricerca che si interroga sulla natura stessa del linguaggio pittorico, sulle sue potenzialità e sulla sua possibilità di esistere all’interno del panorama visivo contemporaneo. Attraverso una pluralità di riferimenti che spaziano dalla pittura rinascimentale alle tendenze moderniste, Rossetti ha elaborato un repertorio iconografico popolato di personaggi contemporanei, provenienti dalla sua cerchia di amici e familiari, ma ritratti in pose o all’interno di scene che rimandano direttamente a maestri del passato, dal Bronzino a Gustave Courbet, da Arnold Böcklin a Giacomo Balla. Questo processo di appropriazione e re-immaginazione del passato diventa uno strumento per riflettere sulle implicazioni del fare e guardare la pittura.

L'opera 

The Reign of Comus, 2024, è un esempio perfetto di questa contaminazione tra passato e presente, tra la storia dell’arte occidentale e la sua reinterpretazione attraverso uno sguardo contemporaneo che è la cifra distintiva del lavoro di Rossetti. Il dipinto ritrae un amico dell’artista in un contesto domestico, nel gesto quotidiano di guardare il cellulare. Da una parte la figura ha una posa classica, dall’altra l’abbigliamento e il contesto la trasformano in un personaggio che appartiene al nostro tempo.

L'artista 

  • Nato a Brescia nel 1971
  • Vive e lavora a Milano

Francesco Vezzoli è uno degli artisti italiani contemporanei più riconosciuti a livello internazionale, da sempre interessato ad analizzare i miti della cultura contemporanea, il potere della comunicazione mediatica e i meccanismi che generano e regolano l’immaginario collettivo. 

L'opera

Ricche di citazioni e riferimenti che attingono tanto alla storia dell’arte, alla letteratura, quanto alla musica e ai reality show, le sue opere coniugano cultura “alta” e “bassa”, ibridando spesso il fascino senza tempo del cinema con il trash quotidiano del mondo televisivo. La produzione di Vezzoli è costellata, fin dai suoi esordi, di opere costruite intorno alle figure di dive e personaggi celebri, cui l’artista affida le sue riflessioni sull’ambiguità del vero, sul potere seduttivo del linguaggio e sulla fragilità dell’essere umano. Sebbene l’artista utilizzi un’ampia varietà di mezzi espressivi che spaziano dal video alla fotografia, dalla performance alla scultura, con una predilezione per il mezzo cinematografico, fin dagli inizi della sua carriera Vezzoli si è dedicato anche a una tipologia importante di lavori in cui impiega la tecnica del ricamo, applicandola a un ciclo di ritratti diventati tra i lavori più significativi e rappresentativi della sua produzione. Ne è un esempio iconico Comizi di non amore - The prequel (Contestant n.3: Marianne Faithfull), ritratto legato a una delle opere più note dell’artista, “Comizi di non-amore” concepita in occasione della mostra “Trilogia della morte” (2004) alla Fondazione Prada ispirata a due celebri lavori cinematografici di Pier Paolo Pasolini, Comizi d’amore (1965) e Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975). In “Comizi di non-amore” Vezzoli reinterpreta la tradizione del documentario e del cinéma-vérité secondo i canoni più classici della televisione pop, trasformando il film inchiesta di Pasolini in un vero e proprio reality show in cui, come sempre accade nei lavori dell’artista, partecipano figure ‘cult’ come Catherine Deneuve, Antonella Lualdi, Terry Schiavo, Jeanne Moreau e Marianne Faithfull.