Stop alle forniture di gas: come reagiranno i mercati finanziari?
01 settembre 2022#WeeklyWatch

Stop alle forniture di gas: come reagiranno i mercati finanziari?

Prima un record vicino a 340 dollari a megawattora, poi una retromarcia fin sotto i 240 dollari. È l’oscillazione subita nell’ultima settimana dalla quotazione del gas sul mercato olandese, che sta facendo letteralmente tremare i polsi ai governanti di quasi tutta Europa, in vista del prossimo autunno-inverno.

Con l’arrivo della stagione fredda, molte nazioni del Vecchio Continente rischiano di dover attuare un pesante razionamento di questa materia prima, abbattendone dunque la domanda, per non lasciare intere fabbriche senza energia, costrette a bloccare la loro produzione.

Colpa delle bollette troppo alte il cui importo, anche con le quotazioni del gas un po’ meno elevate rispetto agli ultimi record, sta quintuplicando o quadruplicando rispetto all’anno scorso, quando il gas costava meno di 50 dollari a megawattora.

Ma perché il prezzo del gas è cresciuto tanto?

Chi ha seguito le cronache economiche degli ultimi mesi non ha difficoltà a capire le ragioni dei rincari.

Fino al gennaio scorso, c’erano pressioni al rialzo dei prezzi legate alla ripresa economica internazionale successiva alla pandemia del Covid-19. Già allora l’offerta mondiale di materie prime riusciva a stento a tenere il passo di una domanda in forte aumento, con un conseguente aumento dei prezzi. Poi, alla fine di febbraio, è arrivato purtroppo l’attacco militare della Russia di Putin all’Ucraina, che non ha fatto altro che peggiorare la situazione. La Russia, attraverso una estesa rete di gasdotti, è infatti il principale fornitore di gas naturale ai maggiori paesi europei, in primis alla Germania e all’Italia.

Le dure reazioni dell’Europa contro la Russia, e la conseguente imposizioni di sanzioni commerciali a Mosca, ha fatto aleggiare lo spettro di una improvvisa ritorsione da parte del Cremlino. Si è fatta cioè strada l’ipotesi concreta che la Russia sia pronta a interrompere da un momento all’altro le sue forniture, lasciando a secco il Vecchio Continente.

Del resto, nei mesi scorsi è giunto più di un segnale in questa direzione. Le forniture sono state interrotte per esempio verso alcuni paesi come la Finlandia, l’Estonia e l’Olanda. Uno stop è stato deciso fino al 3 settembre anche per il gas che passa attraverso il Nord Stream 1, infrastruttura che alimenta in primis la Germania (ufficialmente per discutibili motivi legati alla manutenzione degli impianti).

Variazione trimestrale dei prezzi di riferimento elettricità e gas

(Fonte Arera)

L’ipotesi di una definitiva chiusura da parte del Cremlino

La prospettiva di una definitiva “chiusura dei rubinetti” da parte del Cremlino, insomma, sta diventando sempre più concreta. Il che ha fatto ovviamente impennare il prezzo del gas, nel timore che questa materia prima diventi sempre più scarsa (e dunque preziosa) sui mercati internazionali.

Ci sono infatti paesi come l’Italia o la Germania che non possono ancora fare a meno del tutto delle forniture russe: negli ultimi mesi hanno molto diversificato le fonti di approvvigionamento (soprattutto nel caso dell’Italia), hanno aumentato gli stoccaggi (cioè le riserve di materia prima) ma la dipendenza da Mosca non è azzerata.  

Questa è dunque la spiegazione macroeconomica del caro-gas anche se, per chiarirsi ulteriormente le idee, è bene capire più nel dettaglio come si forma il prezzo della materia prima che utilizziamo per riscaldarci e per dare energia produttiva alle nostre fabbriche, dalle fonderie alle cartiere fino ai produttori di ceramica, solo per citare qualche esempio.

Il mercato dei gas e dell’elettricità in Italia è regolato da un organismo pubblico: la Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (Arera) che stabilisce la tariffa di maggior tutela (cioè il prezzo del gas e della luce pagato da chi non ha ancora scelto di rivolgersi ai fornitori del mercato libero, che operano in concorrenza tra loro).

Per stabilire la tariffa di maggior tutela, l’Arera prende a riferimento il prezzo del gas scambiato sui mercati europei, che è sintetizzato in realtà da listino finanziario della Borsa di Amsterdam.

Si tratta del TTF (acronimo di Title Transfer Facility) una piattaforma di scambio dove avviene la compravendita di gas naturale tra i maggiori più grandi d’ Europa. L’impennata dei prezzi su questo listino è legata anche alla speculazione finanziaria perché buona parte dei contratti scambiati sono in realtà future. Si tratta di contratti derivati con cui due controparti si impegnano a scambiarsi una attività sottostante (in questo caso un quantitativo di una materia prima).

Il prezzo complessivo del gas naturale per un utente domestico tipo del mercato tutelato dal 2013

(Fonte Arera)

Quali implicazioni per i mercati finanziari?

Poiché i mercati finanziari vivono di aspettative e nei mesi scorsi c’erano forti aspettative di una futura scarsità di gas sul mercato, molti operatori finanziari che negoziano i future hanno “scommesso” su una ulteriore impennata dei prezzi. Non a caso negli Stati Uniti, dove il problema delle forniture russe non c’è, le quotazioni dei futures sul gas sono ben più basse rispetto all’altra sponda dell’Atlantico.

Per mettere una pezza contro il caro bollette, l’Arera ha stabilito che dal 1° ottobre le tariffe di maggior tutela del gas applicate agli utenti finali (relativamente alla sola materia prima, escluse le spese di gestione e trasporto) non saranno più legati ai contratti della Borsa di Amsterdam ma alla media dei prezzi del Psv (punto di scambio virtuale).

Si tratta di un listino di contrattazioni italiano. Va infatti ricordato che la borsa di Amsterdam è la piazza di negoziazione più importante in Europa, ma non certo l’unica. Ve ne sono diverse in vari paesi, compreso il nostro.

Per l’Arera, le quotazioni del Psv italiano sono maggiormente rappresentative del prezzo pagato a sud delle Alpi, anche se non differiscono di molto da quelle della Borsa di Amsterdam. Inoltre, l’aggiornamento delle tariffe sarà su base mensile e non più trimestrale, in modo che gli utenti possano beneficiare il prima possibile di eventuali ribassi.

Certo, si tratta di piccoli palliativi che non risolvono certo alla radice il problema. Ora, le speranze di molti (almeno in Italia) è che l’Europa sia unita e riesca a ad adottare un price cap, un tetto al prezzo del gas, cioè una soglia massima nelle piattaforme di negoziazione al di sopra del quale gli operatori europei non potranno comprare.

L’Italia spinge da tempo in questa direzione, ma ha incontrato solo di recente un’apertura da parte della Germania, dopo molto scetticismo iniziale.

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