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Guerra, inflazione e tassi sono un groviglio. Come orientarsi sull’obbligazionario
16 aprile 2026#WeeklyWatch

Guerra, inflazione e tassi sono un groviglio. Come orientarsi sull’obbligazionario

La stagflazione è ormai un rischio reale nella mente degli investitori, dopo che il conflitto in Iran ha fatto balzare il prezzo del petrolio. I mercati prezzano una reazione delle banche centrali, ma tra Usa ed Europa le prospettive sono diverse. Uno scenario che tiene sulla corda i bond

Il conflitto in Medio Oriente dura ormai da oltre sei settimane e non ha solo creato turbolenza sui mercati finanziari, ha anche ribaltato le aspettative macro di inizio anno. Il cauto ottimismo con cui si era aperto il 2026 sui fronti di crescita e inflazione si è assottigliato fin quasi a sparire. Al centro delle previsioni e proiezioni di investitori, economisti e analisti ci sono oggi i possibili rischi di uno scenario di stagflazione, ovvero una congiuntura in cui convivono crescita debole e inflazione sopra il target delle banche centrali.

 “Prima dell’escalation in Medio Oriente, l’inflazione nell’area euro era attesa lievemente sotto il target, della Bce, intorno all’1,7%. Ma la chiusura de facto dello Stretto di Hormuz ha portato a un rialzo di circa l’80% del prezzo del petrolio, con il Brent che scambia sopra i 100 dollari al barile. Per il 2026, le stime degli analisti parlano ora di un’inflazione al 3,2% negli USA e al 3,0% nell’Eurozona, con la crescita globale corretta al ribasso a +2,6%.  Il rischio stagflazionistico non è lo scenario base, ma è diventato un rischio reale e immediato che i mercati non possono più ignorare, soprattutto qualora il conflitto si prolunghi”, commenta Giulio Siniscalco, Portfolio Manager – Team Fixed Income & Alternative di Banca Generali.

Crescita e inflazione sulle due sponde dell’Atlantico, ultimi dati e nuove stime

Le aspettative sulla crescita in Europa e Stati Uniti stanno divergendo per le conseguenze del conflitto mediorientale. Gli Stati Uniti mantengono una crescita attesa intorno al 2,1%, mentre l’Eurozona si ferma a circa +0,8%.

Nel Vecchio Continente “la stima di crescita è stata rivista al ribasso per effetto dell’impatto del conflitto sui mercati delle materie prime, sui redditi reali e sulla fiducia di imprese e consumatori, mentre i deficit pubblici restano elevati e i margini fiscali per misure di stimolo sono compressi dall’aumento del costo del debito”, sottolinea Siniscalco.

Negli USA, il mercato del lavoro ha invece mostrato segnali di resilienza a marzo, con il tasso di disoccupazione al 4,3%.  L’inflazione a marzo è però salita al 3,3% dal 2,4% del mese precedente, spinta dal rincaro dei prezzi dell’energia.

Le banche centrali: Fed stretta tra i due mandati

"La guerra in Medio Oriente ha cristallizzato la traiettoria delle banche centrali in uno scenario di attesa forzata, ma con retoriche e pressioni molto diverse tra le due sponde dell’Atlantico”, spiega il gestore di Banca Generali, sottolineando come la Fed sia in stand-by e i mercati si aspettano il mantenimento dello status quo almeno fino al 2027.

Nell’ultimo meeting del 18 marzo, il FOMC ha votato 11-1 per mantenere i tassi invariati al 3,50-3,75%, con le attese dei funzionari della banca centrale che sono per un solo taglio da 25 punti base nel 2026, come già indicato a dicembre.

“Nonostante questo, i mercati ritengono che non ci saranno tagli per tutto il 2026, e che la prossima mossa della Fed sarà un rialzo dei tassi nel 2027.  Il prossimo meeting del 28-29 aprile si preannuncia come un ‘non evento’ sul fronte delle decisioni: i mercati attribuiscono circa l’85% di probabilità ad un nulla di fatto, con Powell chiamato a navigare tra inflazione sopra target e incertezza geopolitica. La retorica del FOMC è quella di chi è intrappolato tra i due lati del duplice mandato, con le implicazioni del conflitto mediorientale sull’economia americana definite ‘incerte’ e il comitato esplicitamente attento ai rischi sia sul fronte dell’inflazione sia su quello della crescita”, continua Siniscalco. 

Le banche centrali: per la Bce la situazione più scomoda

“L’escalation del conflitto in Iran ha innescato un brusco cambiamento delle aspettative sull’azione della Bce : gli investitori si attendono ora rialzi cumulati di oltre 50 punti base entro fine anno”, spiega il gestore.

Nell’ultimo meeting del 19 marzo, Francoforte ha tenuto i tassi fermi al 2%, ma Lagarde ha cambiato tono in modo significativo, dichiarando che la BCE è pronta ad alzare i tassi anche qualora il rialzo dell’inflazione si rivelasse non troppo persistente.  In vista del meeting di aprile, i mercati attribuiscono una probabilità del 50% a un rialzo immediato, mentre per giugno la probabilità di una stretta sale al 75%.

Le aspettative del mercato sulla politica delle banche centrali

“In Europa l’aumento dei prezzi dell’energia ha spinto al rialzo soprattutto le aspettative sull’inflazione di breve periodo, mentre quelle a più lungo termine restano relativamente contenute, riflettendo una crescente preoccupazione per il rallentamento dell’attività economica. Questo ha portato a un appiattimento della curva, un segnale che il mercato vede sì un rischio inflattivo nel breve termine ma non uno scenario in cui le aspettative di inflazione restano sotto controllo nel medio termine. In questo senso, il conflitto in Medio Oriente rafforza l’asimmetria: aumenta la volatilità e l’incertezza di breve, ma spinge il mercato europeo a guardare più ai rischi di crescita che a una spirale inflattiva persistente”, prosegue Siniscalco.

Le aspettative degli investitori sull'inflazione nell'Eurozona

L’impatto sull’obbligazionario

"I mercati obbligazionari restano dunque sotto pressione, con curve che si sono mosse decisamente al rialzo e spread in allargamento”, avverte il gestore.

Dall’inizio del conflitto, le curve dei rendimenti hanno subito un appiattimento ribassista, con il tratto della curva a breve scadenza in rialzo di 50-90 punti base e il tratto a lunga scadenza di 40-70 pc, mentre i mercati “incorporano sia il picco inflazionistico di breve termine sia una decisa reazione delle banche centrali”, continua l’esperto. 

Nel frattempo, “gli spread creditizi hanno subito un allargamento piuttosto contenuto, rientrato poi quasi del tutto con l’annuncio del ‘cessate il fuoco’ di 2 settimane, che seppur molto fragile e senza spiragli di una tregua persistente, ha riportato la volatilità sui mercati relativamente sotto controllo”, aggiunge Siniscalco.

La curva dei rendimenti obbligazionari nei principali mercati europei

Lo scenario geopolitico rimane poco prevedibile e di conseguenza anche la reazione dei mercati obbligazionari, differente non solo a seconda delle aree geografiche, ma anche delle varie scadenze dei titoli e delle differenze tra titoli governativi e corporate

“Uno scenario in cui è più rilevante che mai la necessità di affidarsi alla gestione attiva per leggere le varie sfaccettature del mercato e affrontarne le potenziali turbolenze, evitando il bond-picking e la concentrazione in pochi asset senza la giusta diversificazione”, conclude Siniscalco.

Giulio Siniscalco, Portfolio Manager – Team Fixed Income & Alternative di Banca Generali Giulio Siniscalco, Portfolio Manager – Team Fixed Income & Alternative di Banca Generali
Il rischio stagflazionistico non è lo scenario base, ma è diventato un rischio reale e immediato che i mercati non possono più ignorare, soprattutto qualora il conflitto si prolunghi. Al momento i mercati obbligazionari restano sotto pressione e incorporano sia il picco inflazionistico di breve termine sia una decisa reazione delle banche centrali

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