Russia-Ucraina: l'impatto sui mercati finanziari
02 maggio 2022#WeeklyWatch

Russia-Ucraina: l'impatto sui mercati finanziari

Forti ribassi iniziali e un progressivo ritorno sui livelli pre-conflitto. Due mesi di guerra in Ucraina ci hanno insegnato molto su come i risparmiatori devono (e non devono) comportarsi nei momenti di forte volatilità

Lo scorso 24 febbraio, l'attacco armato della Russia sull'Ucraina ha gettato il mondo in antiche paure che si credeva fossero un ricordo lontano ormai 70 anni. Come se non bastasse, lo scoppio di una guerra in Europa è arrivato in un momento storico nel quale la lotta alla pandemia da Covid19 non è ancora definitivamente terminata. Per questo motivo, fin da subito alle preoccupazioni per l'instabilità globale e all'apprensione per il destino di intere popolazioni si sono sommate anche le forti incognite legate al mondo del risparmio e degli investimenti.

Come sempre avviene di fronte agli scenari di crisi economica o geopolitica, infatti, non appena è scoppiato il conflitto le borse internazionali hanno attraversato un periodo di forte volatilità dei prezzi, seminando preoccupazione tra gli investitori. Le dure sanzioni applicate dalla comunità internazionale nei confronti della Russia si sono inoltre tramutate in una ulteriore impennata dei costi di energia e di diverse materie prime, colpendo soprattutto famiglie e imprese.

Analizzare ciò che è successo al mondo del risparmio in questi primi due mesi di guerra evidenzia però alcuni ricorsi storici che è bene tenere sempre presenti anche in ottica futura. Vediamoli insieme.

L’attacco russo colpisce le borse

L’offensiva della Russia di Putin non ha colpito solo l’Ucraina, ma anche i listini finanziari.

Nelle prime due settimane di guerra, tutte le principali borse mondiali hanno registrato perdite a doppia cifra. Il contraccolpo è stato forte soprattutto in Europa: dal 24 febbraio all’8 marzo, il principale listino di Milano (Ftse Mib) aveva perso il 14,6%, quello di Francoforte il 14%, quello di Parigi il 12% mentre Londra aveva registrato perdite più contenute ma comunque nell’ordine dei 7 punti percentuali.

In pratica, nel giro di 14 giorni tutti i principali mercati borsistici internazionali sono ritornati sui minimi di due anni prima, annullando di fatto tutto il tentativo di recupero dalla crisi pandemica.

Indice FTSE MIB

Listini in recupero lampo

Il ritracciamento dei mercati sopra descritto non è durato a lungo. Già a fine marzo, infatti, quasi tutte le borse erano già tornate sui livelli pre guerra. Emblematica è la fotografia dei listini a un mese esatto dallo scoppio del conflitto. Il 24 marzo, l’indice Euro stoxx 600 (quello che riunisce i titoli più importanti tra le borse europee) aveva perso appena lo 0,87%, con le singole borse che anche loro si avvicinavano a questi valori: Francoforte perdeva l’1,09%, Parigi l’1,89% e Londra addirittura solo lo 0,47%. Ancora più emblematico era poi il caso del Dow Jones americano. In un mese, questo aveva registrato addirittura un rialzo di quasi 5 punti percentuali.

Da segnalare che questo recupero dei listini è arrivato nonostante una cavalcata inflattiva che non si vedeva da anni e una forte pressione sulle Banche centrali per le politiche sui tassi di interesse.

Uno sguardo alla storia

In realtà, ciò che è accaduto sui mercati relativamente alla guerra in Ucraina non è una novità bensì un qualcosa di già visto più volte nella storia.

Tante sono infatti le crisi che si sono susseguite: da quella del 1929 a Wall Street, fino alla seconda guerra mondiale, dalla bolla di internet alla Lehman Brothers, dalla guerra del Golfo a quella dei Balcani. In tutti questi casi, le borse hanno sempre recuperato ampiamente le perdite in meno di 12 mesi.

Un ulteriore esempio è quello recente della pandemia da Covid19. Tra la metà di febbraio e il 20 marzo del 2020, in occasione dello scoppio della pandemia del Covid-19, l’indice americano S&P 500 ha perso in poche settimane oltre il 30% del suo valore, per poi guadagnare ben il 100% circa entro il 31 dicembre 2021, cioè nell’arco di poco più di un anno e mezzo.

Indice S&P 500

Due insegnamenti

Il quadro sopra descritto ci lascia almeno due insegnamenti. Il primo, più intuitivo, è che i periodi di crisi o di turbolenza dei mercati offrono grandi occasioni per investire, almeno per chi sceglie di posizionarsi sul mercato al momento giusto. Il secondo insegnamento è che, quando si investe, la paura può giocare brutti scherzi, soprattutto nel settore azionario. Chi si fa prendere dal panico di fronte ai ribassi e vende le azioni o i fondi azionari che ha nel portafoglio, infatti, rinuncia per sempre a recuperare le eventuali perdite subite.

Per rendersene conto basta leggere un’analisi effettuata dalla rivista statunitense Advisor Perspectives, dedicata alla consulenza finanziaria. Dal 1950 a oggi, secondo quanto riporta Advisor Perspectives, l’indice S&P 500 ha perso più di 10 punti percentuali nell’arco di un mese soltanto 9 volte. Il mese peggiore (prima della pandemia) è stato per esempio l’ottobre del 1987, quando il ribasso in 30 giorni ha superato il 21%. Ebbene, dopo tutte queste fasi di forte calo, l’indice ha sempre registrato dei rialzi medi a due cifre, o quasi: nell’arco dei tre mesi successivi ai ribassi, il guadagno medio è stato del 9,5%; in un semestre il rialzo ha raggiunto il 16,4% mentre in 12 mesi le performance positive sono state mediamente pari a ben il 26,5%.

Tutti gli investitori che hanno rinunciato a investire nel settore azionario in quelle fasi di forte ripresa (magari perché sono fuggiti proprio perché spaventati dai ribassi) hanno dunque perso l’opportunità di “mettere in cascina” guadagni a due cifre.  Facile a dirsi, con il senno di poi.

Tra incertezza ed emotività: il ruolo della consulenza

Ma come si fa a capire qual è il momento giusto per entrare o uscire dal mercato oppure come si fa a comprendere se è opportuno mantenere il portafoglio investito, nonostante il calo delle borse?

È di fronte a questi interrogativi che emerge tutto il valore della consulenza finanziaria, svolta in maniera professionale e con un orizzonte di medio e lungo termine.

La storia dei mercati ci ha insegnato infatti quanto sia difficile per un singolo investitore azzeccare il timing, cioè il momento migliore per posizionarsi sul mercato, cercando di prevedere i rialzi e i ribassi futuri ricorrendo al fai da te. Il bravo consulente è un professionista che, tra le altre cose, riesce anche a insegnare ai clienti a dominare la paura, a non compiere scelte irrazionali soltanto perché viene preso dal panico e non ricorda (o ignora) come si sono comportati i mercati durante le crisi o durante le fasi di volatilità del passato.

In tutte quelle occasioni, chi ha saputo mantenere i nervi saldi (magari assistito da un consulente e private banker di fiducia) e chi ha attraversato le turbolenze dei listini con un portafoglio ben diversificato, ha prima limitato i danni e poi ha raccolto i frutti in un tempo ragionevole. Tanto più se, grazie all’assistenza di un professionista e alla diversificazione del portafoglio, lo stesso investitore è riuscito anche ad aumentare l’esposizione sulle classi d’investimento più rischiose e volatili (come le azioni), quando i prezzi erano particolarmente convenienti, essendo reduci da brusche cadute. Alla lunga, insomma, il “tocco” del bravo consulente dà i suoi effetti benefici.  

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