I mercati finanziari tra inflazione e deglobalizzazione
20 luglio 2022#WeeklyWatch

I mercati finanziari tra inflazione e deglobalizzazione

Da qualche anno, nei dibattiti tra gli economisti, si parla sempre più spesso di deglobalizzazione. Scopriamo insieme di cosa si tratta!

Nel 2017 Dambisa Moyo, economista originaria dello Zambia e naturalizzata statunitense, fu quasi profetica: “Protezionismo e deglobalizzazione metteranno le ali all’inflazione”, sostenne in un’editoriale sul Financial Times, poi pubblicato anche su Il Sole 24 Ore.

Allora non c’erano state ancora la pandemia del Covid-19 né la guerra in Ucraina che ha fatto impennare le quotazioni delle materie prime, provocando una reazione a catena anche sull’andamento dei prezzi al consumo.

Eppure anche allora, mentre il presidente americano Trump introduceva i dazi commerciali per favorire i prodotti nazionali, c’era la chiara sensazione che si fosse ormai invertito un trend che sembrava inarrestabile.

Stiamo parlando del trend della globalizzazione, attraverso cui l’economia di tutti e cinque i continenti è diventata nei decenni scorsi sempre più interconnessa, grazie a una libera circolazione delle merci e dei capitali e allo spostamento delle produzioni in paesi a basso costo del lavoro.

Deglobalizzazione: cos’è e perché se ne parla tanto?

Da qualche anno, nei dibattiti tra gli economisti, si parla sempre più spesso di deglobalizzazione, un fenomeno diametralmente opposto a quello descritto in precedenza. Alla base di questa inversione di trend ci sono diversi fattori. Primo, la nascita in Occidente di movimenti politici e culturali che vengono definiti “sovranisti”, cioè sostenitori di una riaffermazione della sovranità degli stati nazionali, contro le autorità sovranazionali e contro le forze economiche che agiscono su scala globale.

Un altro fattore che ha dato impulso alla deglobalizzazione è stato lo scoppio della pandemia del Covid-19, che ha costretto miliardi di persone in tutto il mondo al distanziamento sociale. Proprio durante la pandemia, che ha provocato una temporanea paralisi delle attività economiche in tutto il mondo, sono emersi alcuni aspetti critici della globalizzazione: tra questi ci sono per esempio la rapida diffusione di un virus, oppure la necessità di avere certi tipi di produzioni (si pensi alle mascherine chirurgiche e al materiale sanitario) non troppo lontane geograficamente, per non correre il rischio di subire le conseguenze di scarsità di approvvigionamenti in situazioni di emergenza.

In questo scenario, una volta terminata la fase più acuta della pandemia, si è poi inserita la guerra tra Russia e Ucraina, che ha fatto balenare il rischio di un blocco del mercato del gas e delle materie prime agricole, di cui Mosca e Kiev sono grandi esportatori. Se si avverasse questo rischio, ci sarebbero interi Paesi che potrebbero subire addirittura una vera e propria crisi alimentare.

Deglobalizzazione: cosa comporta?

Il fenomeno della deglobalizzazione, però, ha radici precedenti allo scoppio della pandemia e del conflitto. Già nel 2019, i ricercatori Mario Lorenzo Janiri e Lorenzo Sala hanno messo in evidenza alcuni dati che davano il segno di una inversione di trend, iniziata addirittura nel 2007-2008, ai tempi del crack di Lehman Brothers.

Il valore delle merci e dei servizi esportati in tutto il mondo, per esempio, è cresciuto in maniera verticale fino al 2007, raggiungendo la soglia mai vista prima di 20mila miliardi di dollari. Poi, però, ha avuto un andamento altalenante nel decennio successivo al 2007, muovendosi tra 20mila e 25mila miliardi di dollari. Insomma, la circolazione sempre più libera di merci e servizi in ogni angolo del globo, dopo una marcia impetuosa, ha subito indubbiamente una frenata.

In tale contesto, si sono poi inserite appunto le tensioni geopolitiche internazionali, con la guerra in Ucraina che ha portato un bel po’ di sanzioni alla Russia e ha messo in discussione i vecchi equilibri commerciali. Secondo Gianmarco Ottaviano, professore di economia alla Bocconi, negli anni a venire non dobbiamo aspettarci “la deglobalizzazione temuta o auspicata da molti commentatori, quanto (piuttosto) una ri-globalizzazione selettiva, cioè una riconfigurazione dell’economia globale per gruppi integrati di paesi affini, coalizioni in competizione tra loro per l’egemonia economica, politica e culturale”.

Deglobalizzazione e inflazione: quale legame?

Quali conseguenze ha questa nuova tendenza nella vita dei cittadini? Oggi molti economisti si interrogano sul legame esistente tra la recente ripresa dell’inflazione, tornata ai livelli degli anni ’80 del secolo scorso, e il trend di deglobalizzazione di cui si parla tanto da mesi.

Marc Levinson, economista e storico, editorialista dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale- ISPI, ha messo in evidenza come molti i prezzi di molti beni di consumo (automobili e televisori, vestiti e condizionatori) siano oggi più bassi di quanto non fossero all'inizio del secolo perché “vengono sfornati principalmente da fabbriche ubicate in paesi a basso salario che utilizzano risorse provenienti da altri paesi caratterizzati da salari esigui”.

Cambieranno le cose nei decenni a venire? Di sicuro, “le tendenze che hanno sostenuto questo tipo di globalizzazione stanno scemando”, ha scritto Levinson. È ancora presto per capire se tale mutamento di scenario porterà a una inflazione strutturalmente più alta che in passato.

Non va dimenticato che la Banca Centrale Europea prevede un'inflazione alta al 6,8% nel 2022, ma anche una sua diminuzione al 3,5% nel 2023 e al 2,1% nel 2024. Si tratta di livelli ben più alti che negli anni passati, ma comunque non elevatissimi. Certo, le incognite sullo scenario geopolitico globale sono ancora molte, per capire se queste proiezioni avranno bisogno o meno di essere riviste.

Import Export Unione Europea Fonte Eurostat

Import Export Italia - Fonte Eurostat

Gianmarco Ottaviano, professore di economia alla Bocconi Gianmarco Ottaviano, professore di economia alla Bocconi
Negli anni a venire non dobbiamo aspettarci la deglobalizzazione temuta o auspicata da molti commentatori, quanto (piuttosto) una ri-globalizzazione selettiva, cioè una riconfigurazione dell’economia globale per gruppi integrati di paesi affini, coalizioni in competizione tra loro per l’egemonia economica, politica e culturale.

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