Il conflitto Russia-Ucraina e la crisi delle materie prime
08 giugno 2022#WeeklyWatch

Il conflitto Russia-Ucraina e la crisi delle materie prime

Nel porto di Odessa, sulle sponde del Mar Nero, è iniziato un drammatico conto alla rovescia. Entro circa due settimane le navi cariche di grano da esportazione, rimaste bloccate agli ormeggi da quando è iniziata la guerra tra Russia e Ucraina, devono necessariamente partire e prendere il largo, altrimenti la materia che trasportano sarà destinata irrimediabilmente a marcire.

Questa vicenda, di cui parlano quotidianamente i media di quasi tutto il mondo, ben rappresenta gli effetti collaterali sul mercato delle materie prime (in inglese commodity) provocati dalla guerra voluta dal presidente russo, Vladimir Putin, più lunga del previsto e ancora senza uno spiraglio di cessate il fuoco.

Il conflitto russo-ucraino è infatti uno dei fattori che ha infiammato i già “roventi” prezzi delle commodity: non soltanto quelle utilizzate come fonti energetiche (petrolio e gas) ma anche i metalli industriali e i prodotti agricoli (grano e granturco) che sfamano molti paesi del mondo. Già prima della guerra, le quotazioni delle materie prime avevano subito una brusca impennata, spinte dalla ripresa economica successiva alla pandemia del Covid-19. Il conflitto tra Mosca e Kiev ha poi complicato le cose, anche se va evidenziato un aspetto importante: poiché i mercati finanziari vivono di aspettative, le quotazioni in rialzo delle commodity di cui parlano ogni giorno i giornali e i telegiornali, scontano in anticipo gli scenari e i rischi futuri.

In altre parole, se è vero che oggi l’argomento “commodity” è molto dibattuto sulla stampa, nei mercati finanziari è ormai un po’ meno di attualità di quanto non lo fosse al momento dello scoppio della guerra. Fatte queste premesse, è bene conoscere nel dettaglio come lo scenario bellico ha condizionato i mercati.

Guerra in Ucraina: perché ha provocato un aumento dei prezzi delle materie prime?

Gli effetti della guerra in Ucraina sul settore delle materie prime, e di conseguenza sulla crescita del PIL oltre che sull’inflazione, sono stati analizzati nel dettaglio dall’Ocse (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) nel suo ultimo outlook economico, aggiornato alla fine di marzo.

I dati dell’Ocse sono stati commentati anche da Massimo Taddei, economista del sito LaVoce.info, che ha messo in evidenza alcuni punti-chiave.

Innanzitutto, sottolinea Taddei, “grazie all'estensione del loro territorio, Russia e Ucraina sono grandi produttrici di materie prime agricole. I due paesi contano per quasi un terzo delle esportazioni di grano nel mondo e per il 15% dell'export di granoturco. La Russia è anche ricca di risorse naturali. Oltre al gas naturale e al petrolio, vanta il 25% delle esportazioni mondiali di palladio, il 13% dell'export di nichel e platino e circa il 3% di alluminio e rame”.

Data l'importanza della Russia e dell’Ucraina nella produzione di cereali, la guerra (e l’embargo dell’Occidente su molti prodotti russi) potrebbe portare dunque in teoria a un incremento dei prezzi dei beni alimentari nel mondo, in particolare nei paesi meno sviluppati. Secondo l'Ocse, nel caso di una paralisi totale delle esportazioni in Ucraina, l’aumento medio dei prezzi dei beni alimentari potrebbe arrivare addirittura al 16%, mettendo in difficoltà diversi Paesi che importano molto grano come quelli del Nord Africa e della regione Subsahariana.

Ovviamente si tratta di uno scenario ipotetico e sono in molti a pensare che non si verificherà, soprattutto perché ci sono dei progressi nei negoziati per sbloccare i porti ucraini e far riprendere il commercio di prodotti agricoli. È interessante vedere però come, a livello teorico, gli eventi siano concatenati e la guerra abbia un potenziale impatto anche sull’industria.

Fonte dati OCSE

Il rincaro delle materie prime e gli effetti su industria e PIL

Non va dimenticato infatti che il 38% circa del gas naturale consumato annualmente nel Vecchio Continente arriva dalla Russia (dati aggiornati al 2020).

L’ Ocse”, continua Taddei su Lavoce.info, “ha calcolato che, nell'ipotesi di una riduzione del 20% delle importazioni di input energetici, in Europa a soffrire di più sarebbero i settori maggiormente legati all'energia, come le raffinerie e i trasporti”. Nello specifico, ci sono settori come la produzione farmaceutica, il tessile o l’elettronica dove il calo della produzione potenziale è compreso tra lo 0 e l’1%.

In altre industrie come la chimica, la metallurgia e la gomma-plastica il calo potenziale della produzione è tra l’1 e il 2% mentre nel trasporto aereo c’è il rischio che si vada ben oltre il 2%. Si tratta di uno scenario del tutto ipotetico ma che, se riverificasse anche soltanto parzialmente, provocherebbe un rallentamento della crescita economica in tutto il mondo.

Non a caso, secondo le previsioni economiche di primavera elaborate dall’Unione Europea, nel 2022 la crescita del PIL nell’Eurozona potrebbe fermarsi al 2,7%, un punto e mezzo in meno rispetto alle stime precedenti.  L’economia statunitense dovrebbe crescere invece del 2,9% (circa l’1,6% meno delle stime dei mesi scorsi) benché vada messo in evidenza un aspetto: gli Usa sono senza dubbio meno esposti agli effetti della guerra, visto che sono meno dipendenti dalle materie prime russe. I dati macroeconomici pubblicati Oltreoceano nel corso del mese di maggio hanno confermato infatti lo scenario di incremento dei consumi e dell’attività delle imprese statunitensi, in un contesto di persistenti pressioni sui prezzi.

Gli effetti su inflazione, valute e occupazione

Aldilà delle differenze negli effetti sui singoli paesi, una cosa è certa: il rincaro delle materie prime ha un potenziale effetto-domino sull’economia mondiale. La carenza di commodity spinge infatti verso l’alto i prezzi al consumo, cioè l’inflazione. Per arginare l’incremento del carovita, le banche centrali poi sono spinte a rialzare i tassi d’interesse, per ridurre così la quantità di moneta liquida in circolazione.

Ma l’aumento dei tassi d’interesse provoca di solito anche un rallentamento dei consumi e dell’economia e può avere effetti negativi ovviamente sull’occupazione, che è sempre legata a doppio filo alle dinamiche del prodotto interno lordo.

Infine, non vanno dimenticate le valute. Di solito, quando le banche centrali alzano i tassi, si assiste anche a un apprezzamento della moneta nazionale poiché gli investitori internazionali tendono a comprare attività finanziarie in quei paesi che offrono interessi maggiori sui titoli del loro debito pubblico.

È quanto è accaduto per esempio al dollaro, che nei mesi scorsi si è apprezzato nei confronti dell’euro non appena la banca centrale americana (Federal Reserve) ha iniziato ad alzare i tassi d’interesse, mentre la Banca centrale europea (Bce) è rimasta in posizione di attesa. Poi, però, si è verificato un riequilibrio tra le due valute poiché c’è stato un ridimensionamento delle aspettative di rialzo dei tassi su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Fonte dati OCSE

Private Banking: come investire in materie prime?

Tutti gli eventi sono appunto concatenati, mentre sul mercato delle materie prime c’è un altro protagonista da non sottovalutare. Si tratta della Cina che è allo stesso tempo un grande produttore e consumatore di commodity. Dopo un forte rallentamento dell’attività industriale negli ultimi mesi, a causa di una ripresa dell’epidemia del Covid-19, l'ultimo indice delle materie prime in cinese ha rivelato miglioramenti sia nella produzione industriale che nella domanda di mercato.

È ancora presto per dire quale direzione prenderà l’economia di Pechino ma di sicuro avrà un ruolo determinante anche nel mercato delle commodity. In attesa di capire quale scenario ci aspetta, come devono comportarsi gli investitori?

Come già sottolineato, i mercati finanziari giocano di solito di anticipo, e i prezzi attuali di molte commodity riflettono già tutto lo scenario appena descritto oltre a essere molto volatili. Non è detto dunque che ci siano ulteriori rialzi dei prezzi. Tuttavia, se un investitore vuole costruirsi un portafoglio ben diversificato con l’aiuto di un private banker, può riservare comunque uno spazio alle materie prime, che sono ormai una classe di investimento (asset class) importante.

Ma come si fa a investire nelle materie prime? Ci sono diversi strumenti finanziari che permettono di puntare sulle commodity. Per scegliere quelli più adatti alle proprie esigenze è bene affidarsi a un bravo private banker. Per chi vuole strumenti non troppo complessi, ci sono per esempio gli Etc (Exchange Traded Commodities) che sono prodotti finanziari negoziabili tutti i giorni in borsa, il cui valore segue le variazioni di un indice di riferimento, nello specifico di un paniere di materie prime.

Per chi preferisce utilizzare uno strumento del risparmio gestito, può scegliere anche un fondo d’investimento specializzato nel settore delle commodity. Sono fondi che hanno un portafoglio composto da azioni di società che estraggono, producono e vendono le materie prime, i cui ricavi e profitti sono destinati ovviamente a salire in caso di rincaro delle commodity.

Prima di passare all’azione, però, meglio consultarsi con il proprio consulente di fiducia visto che, anche per le materie prime, vale la regola di sempre: meglio dedicare a questa asset class una parte limitata del portafoglio e controbilanciare i rischi con altre classi d’investimento.

OCSE OCSE
L’ Ocse ha calcolato che, nell'ipotesi di una riduzione del 20% delle importazioni di input energetici, in Europa a soffrire di più sarebbero i settori maggiormente legati all'energia, come le raffinerie e i trasporti.

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