Dieci giorni sull’ottovolante per le Borse. Il conflitto nel Golfo Persico sta condizionando i mercati finanziari e, dopo l’attacco americano contro l’Iran del 28 febbraio, gli investitori hanno vissuto alti e bassi tra i timori di una chiusura prolungata dello stretto di Hormuz e le speranze di una rapida de-escalation alimentate dalle dichiarazioni del presidente Usa Donald Trump.
La reazione alla crisi, più intensa rispetto ad altre ondate di tensione nell’area mediorientale, è dovuta proprio alla paralisi di fatto dello Stretto di Hormuz, una novità cruciale. I dati in tempo reale rivelano l’assenza di transiti regolari nel braccio di mare dove passa circa il 34% del petrolio esportato via mare a livello mondiale. Centinaia di navi alla fonda, premi assicurativi in forte rialzo e ordini di stand-by da parte di primarie compagnie di navigazione.
“In termini di mercato, questo significa uno shock anche in assenza di danni fisici ai giacimenti e alla produzione, con il solo blocco logistico che può equivalere, secondo gli analisti di settore, a un taglio effettivo dell’offerta di 2–3 milioni di barili al giorno”, spiega Generoso Perrotta, Head of Financial Advisory di Banca Generali.