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L’Iran riporta i mercati sulle montagne russe
11 March 2026#WeeklyWatch

L’Iran riporta i mercati sulle montagne russe

Il conflitto in Medio Oriente minaccia di ridurre le forniture globali di petrolio, facendo tornare lo spettro dell’inflazione. Ma i risparmiatori devono distinguere tra rischi di medio periodo e volatilità a breve termine, controllando l’emotività. L’importanza della diversificazione.

Dieci giorni sull’ottovolante per le Borse. Il conflitto nel Golfo Persico sta condizionando i mercati finanziari e, dopo l’attacco americano contro l’Iran del 28 febbraio, gli investitori hanno vissuto alti e bassi tra i timori di una chiusura prolungata dello stretto di Hormuz e le speranze di una rapida de-escalation alimentate dalle dichiarazioni del presidente Usa Donald Trump.

La reazione alla crisi, più intensa rispetto ad altre ondate di tensione nell’area mediorientale, è dovuta proprio alla paralisi di fatto dello Stretto di Hormuz, una novità cruciale. I dati in tempo reale rivelano l’assenza di transiti regolari nel braccio di mare dove passa circa il 34% del petrolio esportato via mare a livello mondiale. Centinaia di navi alla fonda, premi assicurativi in forte rialzo e ordini di stand-by da parte di primarie compagnie di navigazione.

In termini di mercato, questo significa uno shock anche in assenza di danni fisici ai giacimenti e alla produzione, con il solo blocco logistico che può equivalere, secondo gli analisti di settore, a un taglio effettivo dell’offerta di 2–3 milioni di barili al giorno”, spiega Generoso Perrotta, Head of Financial Advisory di Banca Generali.

Il risveglio dell’inflazione?

Il balzo dei prezzi del petrolio, saliti brevemente fino a 120 dollari al barile, ha alimentato i timori di uno scenario di stagflazione, con il contemporaneo risveglio dell’inflazione e l’indebolimento della crescita. Una possibilità particolarmente temuta dai mercati. Secondo uno studio della World Bank (aprile 2025), uno shock petrolifero protratto per almeno due trimestri può aumentare l’inflazione globale di +1,0%/+1,5% in 12 mesi e ridurre la crescita del PIL globale fino a -0,5%.

Uno scenario che metterebbe anche in difficoltà le banche centrali costrette a decidere se alzare i tassi per contenere il rischio inflattivo anche a dispetto del potenziale impatto sulla crescita.

L’impatto sulle variabili macroeconomiche di un aumento dei prezzi del petrolio dipende dall’entità del rialzo, dalla durata dello shock e dalle caratteristiche della singola economia di riferimento. Pur non rappresentando attualmente lo scenario centrale, se si dovesse andare verso un’escalation del conflitto si potrebbe configurare uno scenario stagflattivo più che recessivo. In presenza di stagflazione causata da uno shock energetico gli interventi di politica monetaria hanno poca efficacia e al contempo fiaccano la domanda con impatto negativo sulla crescita economica”, spiega Perrotta.

La prospettiva di medio periodo

Le domande giuste da porsi di fronte all’attuale scenario in termini di prospettive economiche di medio periodo sono due, secondo l’esperto di Banca Generali: quanto durerà la crisi logistica legata alla semi-chiusura dello stretto di Hormuz e se la crisi avrà una conseguenza in termini di danni materiali agli impianti di produzione di greggio.

In base a queste due variabili si disegnano tre possibili scenari:

  • De‑escalation rapida in poche settimane: la navigabilità dello Stretto di Hormuz torna regolare in tempi brevi. Questa ipotesi porterebbe il premio di rischio sul greggio a sgonfiarsi; senza strascichi di lungo periodo.
  • Il collo di bottiglia resta presente: le petroliere transitano a singhiozzo e il mercato prezza uno shock con possibili balzi del barile verso quota 100 dollari.
  • Escalation con danni materiali agli impianti di produzione: attacchi o interruzioni prolungate colpiscono terminali, oleodotti e impianti di estrazione. Lo shock smette di essere solo logistico, i prezzi restano più alti per più tempo e possono arrivare in area 110 dollari/barile.

In quest’ultimo ‘worst case scenario’, “gli Stati Uniti – essendo un’economia indipendente dal punto di vista energetico - rappresentano l’area meno impattata e l‘investimento negli USA potrebbe beneficiare anche dell’apprezzamento del dollaro, che il mercato sta tornando a premiare come asset sicuro. L’Europa potrebbe invece essere colpita per la maggiore vulnerabilità dell’area rispetto alla dipendenza da fonti energetiche estere. Infine, gli Emergenti potrebbero essere impattati negativamente a causa della dipendenza energetica dall’estero - in molti casi - e dal movimento di forza del dollaro”, spiega Perrotta.

Come gestire volatilità ed emotività

Al netto degli scenari di medio periodo, la reazione dei mercati al conflitto è stata di forte volatilità, soprattutto sui mercati europei ed emergenti, giudicati più vulnerabili alle prospettive di shock energetico. Non solo cali, ma anche rimbalzi improvvisi come quello di martedì 10, determinato dalle dichiarazioni di Trump sulla possibile fine imminente del conflitto.

“Eventi esterni ai mercati finanziari come la crisi in Medio Oriente hanno due livelli di impatto: un primo immediato di shock sui mercati finanziari e un secondo più di medio periodo se si verificano riverberi sullo scenario economico. Il primo aspetto può essere affrontato solamente con portafogli ampiamenti diversificati e gestiti attivamente. La diversificazione consente di avere investimenti che rispondono in modo differente al mutare del contesto di mercato. Aumentare le decorrelazioni dai rischi, si dà il tempo agli investitori di valutare in modo più distaccato le ripercussioni di medio periodo su scenario e mercati, senza reazioni improvvise o emotive che possano compromettere le performance di medio periodo: decisioni impulsive possono invece compromettere quanto costruito”, conclude Perrotta.

Generoso Perrotta, Head of Financial Advisory di Banca Generali Generoso Perrotta, Head of Financial Advisory di Banca Generali
L’impatto sulle variabili macroeconomiche di un aumento dei prezzi del petrolio dipende dall’entità del rialzo, dalla durata dello shock e dalle caratteristiche della singola economia di riferimento. Pur non rappresentando attualmente lo scenario centrale, se si dovesse andare verso un’escalation del conflitto si potrebbe configurare uno scenario stagflattivo più che recessivo.

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